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Immagini di novembre
ferraglie, il parabrezza era il complice simpatico di un’atmosfera incappottata e fresca, il tergivetri funzionava sì e no, le curve quasi scivolavano a costruire il ricordo che ne ho.Alla narice del significato
I
n questi giorni imperversa la polemica: non guardare l’indice. Perché mi sfugge la luna? No, perché ti coglie il conato. Ed ecco Eco: con le dita nel naso è stato immortalato e l’Osservatore Romano non ha potuto fare a meno di far notare la caccola nasale di cui l’Umberto era in cerca. Come mai? Beh, così va il mondo. Eco nei giorni precedenti aveva sproloquiato addosso a Benedetto XVI accampando una propria presunta superiorità in campo filosofico e teologico. Eppure è sempre stato noto come semiologo, più che come teologo. Quando il fotografo lo ha immortalato però non sembrava dissertare di trinità né cercare il “significato secondo” bensì l’unicità della caccola prima. L’articolo dell’Osservatore Romano, scritto da Silvia Guidi che titola “Un fallimento di lusso” riporta la stroncatura avvenuta a ridosso della Fiera del libro di Francoforte da parte della stampa tedesca per la “irrimedialbile noiosità” del suo ultimo libro e aggiunge una foto a corredo. Diciamo che con l’articolo e la foto anche la stampa vaticana lo mette “all’indice”. Peccato, poveraccio. Ho amato, o almeno stimato, Eco per tutta la giovinezza. All’università era per me “il” semiologo e dopo Roland Barthes, ritenevo, c’era solo lui, altro che Chomsky. Ho letto le postille a “Il nome della rosa” come lui indicava (“leggete le postille, non c’è bisogno di leggere il libro”) e mi sono vantato per anni di possedere la chiave dell’opera senza averla letta. Perchè per la semiologia questo è ciò che conta in un testo: il segno e il suo funzionamento, la logica che lo regge, la struttura che lo sostiene. La possibilità, alla fine, di guardare l’altro dall’alto in basso dicendo “tu hai letto io non ho avuto bisogno di leggere, posseggo la chiave del testo”. Poi mi sono reso conto negli anni di quanto questa visione sia sterile ma soprattutto di quanto Eco sappia frantumare gli apparati riproduttivi e con ciò di quale grande pericolo per la perpetrazione della specie egli rappresenti. Il mio amore per la vita ha vinto. Oggi resto grato alla passione che le Postille al nome della rosa hanno fatto nascere in me circa lo studio e l’analisi del testo e del contesto, del significante e del significato, del simbolo e della metafora, del paragone e dell’iperbole e per tutto ciò che è parola. Nonostante ciò, nel momento del suo dolore, non posso non dedicare a Umberto Eco alcuni versi da me composti e che, appositamente, rinonimo “Ode al trinariciuto”. Qui di seguito il testo e qui il link.
Ode all’Eco trinariciuto
La caccola molle m’assale improvvisa:
mi cola dal naso, rientra e rifugge
qual cerva ferita, ma ho sporche le dita
e smetter non posso, non posso lasciare infinita
un’opera ormai tanto ardita.
Ormai come un’alba che sorger voleva ma il buio teneva
la caccola molle rientra nell’alveo nasale e il dubbio m’assale:
davvero è non vista? Al mio fianco al semaforo infatti rideva sul tram un’autista.
No Tav? neanche un pochino? ‘gnanche una volta?
Come mai in Francia i lavori in corso non creano No Tav? Come mai la Svizzera ha appena finito di scavare i 57 chilometri di AlpTransit, nuovo tunnel sotto il massiccio del San Gottardo, e un terzo del tunnel di 40 chilometri del Monte Ceneri, con il consenso delle popolazioni interessate e con un impatto ambientale e sociale tale per cui i turisti in viaggio sull’autostrada Chiasso-Basilea neanche si accorgono di costeggiare il più grande cantiere di opere infrastrutturali d’Europa?
Stravolgere il reale (oltre la bufala)
A volte si manipola pesante nell’online. Questo ne è un esempio di scuola.


