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Il fruscìo del silenzio


abcQual è il bene delle parole, se non sono abbastanza importanti per farci litigare? Perché scegliamo una parola piuttosto che un’altra, se non vi è alcuna differenza tra loro? Se non volete discutere sulle parole, su che cosa volete discutere? Le parole, perché sono l’unica cosa su cui vale la pena di combattere“. (G. K. Chesterton)

Nel linguaggio – che è il tratto distintivo dell’essere umano – ogni scelta, cioè la scelta d’uso di un significante, esclude tutte le altre scelte possibili. Se dico, l’ho detto e non potrò mai più tornare indietro e se lo ridico non potrò mai ridirlo con lo stesso identico significato con cui l’ho detto la prima volta. Da ciò deriva che non solo non esiste il sinonimo perfetto ma che ogni segno è unico per la sua carica di significato e che unica è anche ogni occorrenza linguistica.

Cosa comporta questo nella quotidianità di ognuno di noi? Poco o niente, potremmo dire, perché il linguaggio è un flusso che si interrompe e riprende, inciampa e riparte, si conferma e si rinnega, in un continuum senza fine che costituisce e costruisce la sua ricchezza. Nell’uso del linguaggio succede la stessa cosa che ci succede nella vita: si fanno scelte, anche se poi a volte si cambia idea e si torna sui propri passi. Però a me piace sapere che se dico bello o se dico carino o piacevole o simpatico dico cose che nell’immediatezza di una chiacchierata con amici possono essere simili e sostituibili ma che in realtà non sono mai identiche, mai sovrapponibili. Mi piace sapere che per esprimere il mio significato posso scegliere uno e un solo significante, lo tiro giù dal suo mondo e lo fisso sulla terra con suoni concatenati, accenti e intonazioni regionali, tratti d’inchiostro sulla carta (quando ancora accade), tocchi digitati su una tastiera che sempre più spesso è digitale, touch.

Sapere che solo una scelta esiste mentre almeno una mezza dozzina di significanti stanno lì per aria ad aspettarmi e che ognuno è in attesa di essere individuato, preso proprio da me e attivato nel contesto della mia frase, mi dice di una grande ricchezza a mia disposizione: la vastità di tutte le scelte possibili è sempre pronta, è per me. Per esempio, scegliendo fra: impresa,azienda, pmi, posso di volta in volta rendere più attrattivi oscuri testi e dire a chi mi legge di un eroe, di un efficiente sistema di uomini al lavoro, di una struttura produttiva o del possibile destinatario di un bando di finanza agevolata. E a tavola se dico Alessandra non dico Ale, se dico cara non dico tesoro, non dico oro, non dico luce, dei miei occhi o della cucina. Se m’infiammo non è detto che stamattina mi sia acceso, eppure potrei bruciarmi.

Sono solo giochi di parole? È solo il divertimento, il passatempo di chi il tempo non sa come ingannarlo? Non credo. Ho davanti agli occhi l’immagine del mio professore di linguistica che scrivendo col gesso bello alla lavagna spiegava: nessuno prima di me e nessuno dopo di me ha mai scritto né mai potrà scrivere bello su altre lavagne con lo stesso significato con cui io ora l’ho scritto.

Non è grandioso?

Devo proprio ricordarvi, poi, che ogni volta che abbiamo detto mamma quella parola ha avuto un tono differente anche se la mamma è sempre stata la stessa? E che quando dico mamma non dico genitore, se dico moglie non dico compagna, se dico uomo non dico donna, se dico unione non dico matrimonio, se dico matrimonio non dico religione e se dico religione posso anche farlo senza Dio? Non c’è bisogno di dirlo. È il campo delle parole. È il campo della vita, è il campo della scelta. Si può non compierla ma ricordiamo, con Wisława Szymborska, che “silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta”.

Testo originale su www.unacasullalbero.com

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