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Immagini di novembre


Giravo per le strade di novembre che passano attraverso la campagna, immerso nella nebbia e la condensa di una piccola auto contadina, l’autostrada mi passava a fianco con sottofondo di rumori di ferraglie, il parabrezza era il complice simpatico di un’atmosfera incappottata e fresca, il tergicristalli funzionava sì e no, le curve quasi scivolavano a costruire il ricordo che ne ho.

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Spotorno


Mi piace, mi diverte, fotografare senza macchina fotografica la gente per strada. Scendendo dalle vie strette liguri, vedi paesaggi, scorci che inquadri con lo sguardo, e incontri gente spesso strana. Fuori dalla casa di vacanze avuta in uso per le settimane di luglio, dopo la strada asfaltata giro a destra verso un’altra strada più stretta che dapprima è scalinata e poi costeggia un alto muro: qui, quando passo, vedo i cocci aguzzi di bottiglia che lo sovrastano e che mi rimandano a rime immortali. La strada col muro finisce presto poi poco dopo c’è  un oratorio e da qui girando ancora a destra si sfocia in una lunga strada in discesa dove oggi incontro alcune coppie.  Prima coppia: lui e lei, cicciotelli, sulla quarantina, camminano pigramente zigzagando e urtandosi in modo scoordinato, esibiscono un sorriso ebete, li segue il figlio quindicenne che annaspa appiccicato dietro di loro portando in braccio un grosso pacco. Cinquanta passi dopo arriva la seconda coppia: due donne, non saprei dire se davvero giovani o solo giovanili, sui trentacinque; parlano: gli ho detto di venire, che sono neanche due ore di macchina da Milano e mi ha detto di no. Cosa? Giuro! Ma che stronzo! Sì ma poi gli dico: vieni in moto che in un’ora e un quarto sei su, ma niente da fare, guarda, veramente stronzo. La terza coppia ha il passeggino: lui spinge mentre la bambina beve dal biberon, lei parla al telefonino: sì mamma, non ci crederai ma le ho fatto la peretta, lei ha fatto tutta la sua cacca e dopo non era più lei! Ma certo che è stata un’idea mia, mamma! Intanto lui mi guarda con un sorriso tra il complice e l’imbarazzato e continua a spingere il passeggino. La quarta coppia avanza silenziosa: sono due sessantenni accaldati, piccoli e appesantiti dalle borse e dall’afa. La quinta coppia è ancora di anziani: alti e dall’aria elegante avanzano piano ma dignitosamente sotto il caldo. Sono arrivato alla piazzetta alla fine della discesa e qui ci son due giovani che ridono, confidando di aver reciprocamente trovato l’uno nell’altra tutto ciò che si può volere. Dopo la piazzetta inizia il sottopassaggio coi suoi miasmi di cloaca e le scritte fatte con l’uniposca: ti amo, rosy troia, gigi culo, non è vero, w la figa, pirla chi legge.


uno scompartimento molto simile a quello di un vecchio treno delle Ferrovie NordEccoci tornati. Nuovo tema, un po’ di foto… e per cominciare anche un po’ di Van De Sfroos. Cito il cerotto sul ginocchio perché un’immagine che mi piace: mai dritto, storto e mai a posto. “L’è na sira storta cumé un cerott in soel genoecc … e l’angelo custode l’è turnaa indree a cambia i culzon” dice Van De Sfroos: è una sera, storta, come il cerotto sul ginocchio e anche l’agelo custode è in permesso speciale: a casa a cambiarsi i calzoni. Ma potremmo anche dire una vita, e lo diciamo, storta e mai posto, sempre con qualcosa che non torna.  Eppure è bella così. Molto simile, questa imagine evocata dal ginocchio rabberciato, a quella della vita spericolata di Vasco; ma con la differenza che il cerotto è simpatico, come lo è il ginocchio sbucciato di un bambino che chiede aiuto ai suoi genitori. Van De Sfroos e le sue canzoni lombarde, come il suo trenu, ci dicono qualcosa che non so nominare ma che non è bene voler dimenticare.