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La porta


Bussavo forte e i colpi si sentivano bene a uno a uno. Avevo già fatto suonare a lungo un campanello rimasto inascoltato e la porta di legno verniciata di un azzurro tenue ormai per lo più scrostato aveva già avuto modo di mostrarmi gli intarsi delle sue cornici e una per una tutte le gocce rapprese di smalto. Illuminata dalla lampada che la sovrastava nella nebbia, ricordava la freddezza di una di quelle donne indifferenti, all’ingresso di una vecchia pensione vicino alla stazione del quartiere milanese di Lambrate. Era invece l’umida porta del cimitero di Saronno, la porta dell’abitazione del custode. L’unica porta per me quella sera.
PortazzurraNel pomeriggio tre amiche di studi erano venute a casa mia a trovare me e mia madre: tè, caffè, biscotti, forse un bicchiere di nocino, saluti, chiacchiere e condoglianze e allora come va signora? Poi all’improvviso si era fatto tardi e subito si era corsi in stazione senza poter passare dal cimitero. Ciao di nuovo, velocemente: baci e abbracci, ciao mi raccomando, ci vediamo.
Mi ero avviato da solo verso il cimitero, contento di averle accompagnate al treno, ma ora quella porta chiusa mi pesava addosso come il peccato originale.
Stavo ancora bussando quando si accese una luce dall’interno e finalmente mi aprì il vecchio custode. Era un uomo dagli occhi azzurri e acquosi, con i capelli, un tempo biondi, pettinati indietro e con la brillantina. Era tutto sommato basso ma sembrava guardarti dall’alto, leggermente proteso in avanti aveva un’aria che sembrava chiederti: cosa vuoi? Lo conoscevo, lo avevo visto per anni al bar dove mio padre usava giocare a stecca. Lo avevo sempre visto con un bicchiere in mano appoggiato al bordo del biliardo e mi aveva sempre ricordato un attore del cinema americano di frontiera: cinturone, pistole e cavallo sellato vicino alle biciclette fuori dalla bocciofila. Lo avevo visto per anni notandolo appena e ora era qui davanti a me e io dipendevo da lui.

«Vorrei entrare, sono arrivato tardi, posso entrare?»
«Entrare dove?»
«Al cimitero.»
«È chiuso il cimitero a quest’ora.»
«Mio padre è morto ieri, oggi volevo tornare a trovarlo ma è la prima volta che vengo al cimitero, per me è una cosa nuova e non conosco gli orari.»
«È chiuso, ma ti faccio entrare da casa mia.»

Entro. La moglie sta preparando da mangiare: sta facendo andare sul fuoco qualcosa, risotto, minestrone, o forse una pastina in brodo o un chissà cosa che sparge nuvolaglie di vapore. Passiamo attraversando e respirando questo odore tipico di cucina lombarda. Poi eccoci subito alla porta che dà sul retro dentro al cimitero. L’uomo è davanti a me e io lo seguo scendendo non senza difficoltà, nel semibuio, i gradini appena fuori dall’abitazione.

Siamo nel cortile. Ci siamo. Andiamo attraversando il grande spiazzo e i vialetti di ghiaia. Passiamo davanti a monumentali angeli custodi, madonne, crocefissi e risorti, angeli che scacciano demoni, corone di spine scolpite nel marmo o fuse nel bronzo, ali di angeli che si ergono minacciose verso il cielo come corna di demoni, luci fioche di lumini elettrici, tremule luci di ceri, giganteschi crisantemi che pare debbano esplodere carichi come sono d’acqua e di nebbia.

Gli stradini sono numerati da cartelli che portano il nome del campo di sepoltura: Campo cinquantennale 1, cinquantennale 2, cinquantennale 3, e proseguiamo. Non esistono nomi per queste vie, non c’è più o non c’è ancora per nessuno una Via della Gloria o un Campo della Pace eterna. I passaggi che si aprono sul lato sinistro del nostro percorso sono debolmente illuminati da ceri, sul lato destro invece dalle lampade elettriche che stanno nei lunghi sotterranei e che sopra ogni lapide ne fanno intravedere la foggia, l’arredo e talvolta il nome del defunto.
Sul lato che stiamo percorrendo, le numerose sculture ci sovrastano con la loro gigantesca dimensione e con l’alone grigio che proiettano che quasi sembra animare l’ambiente oscuro della sera. Si prosegue tra fontane gocciolanti, annaffiatoi di plastica, fiori appassiti o macilenti mal riposti nei bidoni, ringhiere bagnate, buche rappezzate, monumenti funebri del Cristo e della Fenice, lapidi provvisorie appoggiate sulla ghiaia a copertura di recenti sepolture. Corone di fiori dove il cordoglio è illeggibile e il nome dei colleghi di lavoro, tra i quali chissà è nascosto anche quello di un’amante, si scioglie sotto l’acqua insieme a quello dei più cari familiari.

«Dov’è tuo padre?»
«Non lo so, non ricordo, dovrebbe essere qui al campo 15 o forse al 16.»

Siamo arrivati? L’uomo che somiglia a John Wayne si ferma dietro di me e mi lascia andare. Io proseguo, è ancora più buio, quasi notte, siamo tra i morti e finalmente prego, freddoloso e in fretta. A volte, quasi trent’anni dopo, ancora mi riaffiora il dubbio di aver pregato davvero, in quella fosca sera di nebbia, proprio sulla tomba di mio padre o forse, invece, su quella di chissà chi.

 

Testo originale su www.unacasasullalbero.com

A te che ti fermi e li guardi entrare


Un articolo di Davide Rondoni – su Avvenire del 15 settembre 2005  – in cui si parla apparentemente di scuola ma in realtà non solo: si parla del nostro ruolo di genitori, di padri, e più in generale e di conseguenza del nostro stare su questa terra e del come starci.

Sono iniziate le scuole. Ci sono problemi, come al solito. Ma io fisso te, me, genitore che si ferma fuori dalla scuola. Padre, o madre che tu sia. Fermo quando resti in piedi, nella luce varia dei mattini. O seduto in auto, da solo. Tutti parlano di loro che entrano: quanti sono, quante aule mancano, quanti prof. E che riforme. Ma io fisso te. Quando accompagni i tuoi figli e li vedi entrare in un mondo che non è più sotto la tua influenza. Vanno dove altri parleranno, diranno cosa fare, e cosa guardare e come pensare. Li vedi andare, piccoli, verso ciò che non conoscono. E che non conosci neppure tu. Se ne vanno da te. Più chiaramente. Sì, d’accordo, il rapporto con le maestre, gli organi collegiali, le comunicazioni scuola-famiglia… C’è tutto quel che occorre, se si vuole, perché la famiglia sia collegata alla scuola. Ma no, non sai dove vanno. Dove cominciano ad andare. Li puoi immaginare, ma è il primo posto dove non c’entri. La prima loro vita senza che t’impicci. Adesso puoi iniziare a chiedere loro: allora, com’è andata ? Come a uno che torna da un posto che non conosci. E quel “qualcuno” iniziano ad essere loro, i tuoi figli. Che pensavi di conoscere. E che inizi a non conoscere più, per iniziarli a riconoscere. Come non tuoi. Come gente che ti è arrivata tra le braccia, e che se ne va. Che se ne va dove deve andare. E che si volta a guardarti per non avere paura. Si volta a vedere che luce hai negli occhi. Perché, cos’hai da dare loro ora? Sì, il pane. E speriamo il companatico. I vestiti. E qualcosa per girare. Ma loro andare devono, e di quel che impareranno molte cose non le sai. Nemmeno ti ricordi le operazioni di aritmetica per aiutarli a fare i compiti! E ti stupisci di come fanno ad imparare così presto l’uso del pc. E non sai cosa sapranno. Cosa avranno il piacere di scoprire, di imparare. E dolore di scoprire. E a che cosa dedicheranno la loro intelligenza, il loro cuore. Non riuscirai a dare loro tante istruzioni. Probabilmente ti lasceranno indietro. Ma si volteranno sempre, anche tra tanti anni. Per vedere se hai avuto paura. E che luce avevi negli occhi. Per vedere cosa stavi pensando vedendoli andare nel mattino a scuola: vanno verso la vita o verso il tradimento della vita? Verso la grande fregatura, o verso la grande avventura? Anche quando non ci sarai più, e starai in piedi dietro le nuvole o seduto in un’automobile celestiale (speriamo), si volteranno a guardare se chi li ha accompagnati fino alla porta che solo loro possono varcare, ha avuto paura. O era certo che qualcosa di buono c’è oltre la soglia di ogni esperienza. Non c’è nulla come il dramma della paternità. E della maternità. Che lascia andare. Che non trattiene. In questi giorni tutti i giornali parleranno di loro, dei marmocchi. E dei ragazzini, e dei giovanotti. Del loro entrare, del loro mischiarsi tra razze varie, delle loro facciotte simpatiche o foruncolose, della loro serietà maestosa e dolcissima di seienni o di quindicenni. Del loro tesoro che si mette nelle mani della scuola. Strana consegna, e perciò della enorme responsabilità. E ministri, esperti, statistici diranno la loro. Ma io getto uno sguardo a chi resta sulla soglia. A te, che come me, li hai visti sparire dietro la porta a vetri. E ti sembra strano commuoversi per così poco. E forse pensi: no, non è poco. È tutto quel che devo fare. È questo, in fondo, educarli. Che vadano, e quando si voltano, e quando tornano a raccontare, trovino uno sguardo interessato al vero della vita, e che non ha paura. Come quello di chi ti è stato padre. Senza avere un padre, infatti, senza uno con quello sguardo certo, non li avresti messi al mondo. I figli, quando li guardi veramente, ti chiedono di chi sei figlio tu, da dove hai preso quello sguardo.

Credo la Chiesa una, santa cattolica… e tutto, ma ci sono esempi migliori dell’animalismo


madonna Mary

Forse l’8 dicembre si poteva scegliere qualcosa di meglio che non le immagini di animali da proiettare sulla facciata di S. Pietro, ma è pur vero che intanto su National Geographic mettono Maria in copertina nel numero di dicembre e che per uno che bestemmia c’è una (giornalista laicissima) che si fa domande vere e cerca. Come ognuno di noi, in fondo. Buon Natale.

Certo che le scimmie proiettate su S. Pietro sono un colpo al mio antianimalismo e pure di quelli mica da niente. Devo dire che in generale mi fanno schifo le proiezioni sulle facciate delle chiese: le facciate sono belle così, se hai bisogno di uno schermo affittalo oppure proietta sul portone di casa tua. Comunque ho amici cari che non sono d’accordo su questa mia visione e altri che invece sì. Uno di quelli che non è d’accordo dice, per esempio, che anche sulle antiche cattedrali c’erano ornamenti animali. E’ vero, ma io non cerco il pelo nell’uovo bensì semplicemente osservo che in occasione di una festa centrale per la nostra Chiesa – quella dell’Immacolata Concezione – l’attenzione è finita a puntare sul clima, sugli animali, su queste cose che a mio modestissimo parere teologico non sono la sostanza del dogma che l’8 di dicembre si ricorda e festeggia. Vogliamo essere popolari? Allora per esempio: perché non spieghiamo cos’è il dogma? Spiegami che nasce dalla povera gente e non dalla struttura del clero. Spiega che è una verità acclamata dal popolo. Ma va bene. Fine della polemica (perché in effetti di polemica si tratta)  ma scusanti per il Papa per questa scelta ne troverò a bizzeffe, però un’altra volta, intanto esprimo il mio disagio per quelle immagini mentre continuo a seguirlo su altri temi sui quali autorevolmente si esprime e si esprimerà, magari quando non andiamo al circo. 

Comunque ci ha pensato National Geographic a mettere Maria in copertina nel numero di dicembre, grazie a una giornalista (la laicissima  e famosa giornalista americana Maureen Orth, inviata speciale di Vanity Fair) che si fa domande vere e cerca. Come ognuno in fondo. E questo potrebbe essere il mio augurio di Buon Natale, anche se ne seguiranno altri.