Archivi categoria: Pensieri e ricordi

Le cose vanno per le lunghe…


Visto che le cose tirano un po’ troppo in lungo riguardo al trasferimento di www.guareskj.com da piattaforma blogger a piattaforma wordpress, rieccomi a pubblicare con nuova grafica, nuovo vestitino insomma, ma anche nuovo dominio. La colpa non è di alcuno se non mia: mi sono defacciato il blog in completa autonomia. Questo per un errore nel reindirizzamento (dovuto in realtà al fatto che wordpress permette sì di avere un unico account per più domini, ma non di poter distinguere sempre correttamente tra le attività di mantenimento del dns riferite a ciascun dominio) e così eccomi qua, appunto, in questa veste nuova ma temporanea. Tra pochi giorni conto però si possa raggiungere nuovamente questo spazio tornando a digitare www.guareskj.com . Cosa ci siamo persi nel frattempo? Praticamente nulla (a parte il resoconto delle avventure di Lucio Lao): io continuo a litigare allegramente in giro. Su www.il-logico.com  invece il tono è più soft e quindi si può discutere amabilmente là oppure litigare qua. La scelta c’è: andate un po’ dove vi pare (sì, anche là… ).

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Please, leave a comment. Please…


La mia visibilità, bella o brutta che sia, me l’ottengo scassando sui blog altrui che prima o poi casseranno il mio accesso nella “Lista di tutti i blog politically correct del mondo” in via di compilazione ma, ne sono certo, “prossimamente online”. Ma chi se ne impiffera. Questo mio blog, invece, ha tre commenti. Forse contando anche quelli vecchi e quelli finti arriviamo a cinque. Mai avuto un obiettivo numerico del resto: mi piace scrivere, mi rilassa, mi diverte. Anche se tutti in realtà scriviamo per un pubblico, come diceva un amico, va bene comunque; mi esercito così in velocità di battitura, prontezza della risposta, riduzione al minimo dell’inevitabile refuso. E poi per me questo è meno di un diario: è un archivio, solo un archivio. Quindi, fatta questa premessa da paraculo, dico: ma come mai ci sono blog che, invece, esistono da anni, affrontano temi impegnati e progressisti, se la cacciano a diecimila e nonostante la somma di tutti questi fattori il prodotto non cambia, hanno cioè “nessun commento” per ogni post? Boh (mica invieranno tutto via email a una lista segreta di lettori aficionados che sempre solo via email rispondono? mah) vai a saperlo. Del resto, meglio pensare a sé: dico cose noiose e arretrate per i più; rompo i coglioni a mille; faccio montare la rabbia ad altri e perdo ore di sonno io. Ma non è ora di smetterla? Sento un coro di sì. Adesso ci penso.

In ricordo di Karol Wojtyla


La Polonia. Quando è morto Giovanni Paolo II (ma a me piaceva e piace molto chiamarlo Wojtyla) era forse di sera tardi, non ricordo bene, non so: la prima è stata forse una falsa notizia circolata chissà come. Poi dopo, appena certo, giù in macchina a Roma e poi indietro in giornata la sera stessa. Pochi giorni dopo il funerale: giù di nuovo, stavolta in treno, e notte in piedi, ma in piedi vero. In piedi di fianco a dei polacchi, austriaci, anche romani che abitavano lì ma erano scesi in strada. E una compagna di viaggio tirata su a Bologna che doveva scendere a Firenze e ci ha seguiti: “mamma vado al funerale del Papa, ciao”. Roba da matti, ma matta non era. Mia figlia era dapprima quasi allibita: ma cosa succede, come fa questa a venire con noi? Ma si forma così un gruppetto di cinque o sei raccattati per strada: mia figlia, io, Carlo, un marito e moglie di Firenze, la ragazza salita a Bologna che doveva scendere a Firenze ma non è scesa, altri due o tre. Mia figlia è contenta di vedere che qualcuno si unisce: è prima come detto quasi incredula e poi felice. Intuisce che non è un caso del tutto casuale… Del giorno dopo, prima in via della Conciliazione e poi in piazza San Pietro, non dimenticherò quelle pagine che volavano, quella grande cassa di legno, che ispirava familiarità, quel vento.
Anni prima era morto mio padre all’improvviso dopo un’operazione di quattro bypass al cuore che si erano richiusi tutti e quattro contemporaneamente. Tutti e quattro insieme: è la prima volta che ne scrivo, credo. Ero uscito dalla sala di terapia intensiva alle 5 di quella domenica pomeriggio ed ero andato a Milano da amici. Mia madre mi avrebbe sostituito di lì a breve. Vado? dissi. Vai. C’era un pensiero che mi turbava incessante. Vado, ciao. Al ritorno a casa, gente per la strada che mi aspettava: all’inizio della via, più avanti, davanti a casa. E’ successo qualcosa, mi dicono. Cosa? Non preoccuparti, andiamo.
Pochi anni dopo quando mia madre se ne va è diverso. Un pensiero triste e una schiacciante malinconia mi prendono improvvisamente quando viene ricoverata ancora una volta per quella tosse incessante. La sera tornavo a casa e non mi abbandonava il pensiero che lei non sarebbe tornata più e che sarei rimasto solo. Ricordo ancora il suo ultimo respiro.
Dei miei genitori mi resta un ricordo dolce, struggente e incompleto: dall’infanzia ai venti e passa anni. Di Karol Wojtyla il ricordo della Polonia: la terra dei miei avi, il paese lontano di cui porto orgogliosamente addosso un barba rossa che forse ancora s’intravede e il ricordo del pellegrinaggio da Warsavia a Chestockowa: campagne, fienili, delle belle ragazze dalle gote arrossate e con quel volto familiare, simile a quello di mia madre, il camminare a piedi per decine di chilometri. Le spie del regime comunista, i volantini clandestini di Solidarnosc trafugati con l’ingenua baldanza di chi avrebbe voluto quasi restar lì per sentirsi a casa.
Quando penso a Wojtyla penso alla Polonia, penso a quel paese lontano, a “quella terra misteriosa dove ognuno vuol tornare”. L’ultimo di famiglia a vedere Wojtyla, è stato mio figlio: era a Roma e lo ha visto affacciato alla finestra dell’ospedale. Ne sono contento e orgoglioso per me e per lui.