In ricordo di Karol Wojtyla


La Polonia. Quando è morto Giovanni Paolo II (ma a me piaceva e piace molto chiamarlo Wojtyla) era forse di sera tardi, non ricordo bene, non so: la prima è stata forse una falsa notizia circolata chissà come. Poi dopo, appena certo, giù in macchina a Roma e poi indietro in giornata la sera stessa. Pochi giorni dopo il funerale: giù di nuovo, stavolta in treno, e notte in piedi, ma in piedi vero. In piedi di fianco a dei polacchi, austriaci, anche romani che abitavano lì ma erano scesi in strada. E una compagna di viaggio tirata su a Bologna che doveva scendere a Firenze e ci ha seguiti: “mamma vado al funerale del Papa, ciao”. Roba da matti, ma matta non era. Mia figlia era dapprima quasi allibita: ma cosa succede, come fa questa a venire con noi? Ma si forma così un gruppetto di cinque o sei raccattati per strada: mia figlia, io, Carlo, un marito e moglie di Firenze, la ragazza salita a Bologna che doveva scendere a Firenze ma non è scesa, altri due o tre. Mia figlia è contenta di vedere che qualcuno si unisce: è prima come detto quasi incredula e poi felice. Intuisce che non è un caso del tutto casuale… Del giorno dopo, prima in via della Conciliazione e poi in piazza San Pietro, non dimenticherò quelle pagine che volavano, quella grande cassa di legno, che ispirava familiarità, quel vento.
Anni prima era morto mio padre all’improvviso dopo un’operazione di quattro bypass al cuore che si erano richiusi tutti e quattro contemporaneamente. Tutti e quattro insieme: è la prima volta che ne scrivo, credo. Ero uscito dalla sala di terapia intensiva alle 5 di quella domenica pomeriggio ed ero andato a Milano da amici. Mia madre mi avrebbe sostituito di lì a breve. Vado? dissi. Vai. C’era un pensiero che mi turbava incessante. Vado, ciao. Al ritorno a casa, gente per la strada che mi aspettava: all’inizio della via, più avanti, davanti a casa. E’ successo qualcosa, mi dicono. Cosa? Non preoccuparti, andiamo.
Pochi anni dopo quando mia madre se ne va è diverso. Un pensiero triste e una schiacciante malinconia mi prendono improvvisamente quando viene ricoverata ancora una volta per quella tosse incessante. La sera tornavo a casa e non mi abbandonava il pensiero che lei non sarebbe tornata più e che sarei rimasto solo. Ricordo ancora il suo ultimo respiro.
Dei miei genitori mi resta un ricordo dolce, struggente e incompleto: dall’infanzia ai venti e passa anni. Di Karol Wojtyla il ricordo della Polonia: la terra dei miei avi, il paese lontano di cui porto orgogliosamente addosso un barba rossa che forse ancora s’intravede e il ricordo del pellegrinaggio da Warsavia a Chestockowa: campagne, fienili, delle belle ragazze dalle gote arrossate e con quel volto familiare, simile a quello di mia madre, il camminare a piedi per decine di chilometri. Le spie del regime comunista, i volantini clandestini di Solidarnosc trafugati con l’ingenua baldanza di chi avrebbe voluto quasi restar lì per sentirsi a casa.
Quando penso a Wojtyla penso alla Polonia, penso a quel paese lontano, a “quella terra misteriosa dove ognuno vuol tornare”. L’ultimo di famiglia a vedere Wojtyla, è stato mio figlio: era a Roma e lo ha visto affacciato alla finestra dell’ospedale. Ne sono contento e orgoglioso per me e per lui.

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