Adrian Frutiger dice che “la croce è il segno dei segni”. Mi ha sempre colpito questa affermazione perchè Frutiger la mette lì, tra le righe, nelle pagine di un libro che è quasi un manuale: “Segni e simboli”. Eppure la croce evoca inevitabilmente qualcosa che va oltre la semplice descrizione di una intersezione. Croce cristiana, croce greca, croce di Lorena. Il segno della croce è quello che abbiamo visto fare poche ore fa ai minatori cileni appena usciti salvi dalla galleria, quello che i genitori ci hanno insegnato a fare stentatamente da bambini. Oggi il segno della croce è stato condannato a uscire dalle aule scolastiche da una sentenza della “corte” di Strasburgo, in nome di un presunto mancato rispetto nei confronti dei non credenti. Ma in realtà sono ben altri i segni in grado di evocare (ben altra) mancanza di rispetto. Come quello della stella a cinque punte. Il suo significato è di origine massonica e il segno lo abbiamo visto comparire in svariati contesti, sempre legati alla morte e alla violenza cui si accompagnava e che era in grado di portare. La stella a cinque punte, specialmente se rossa, vuol dire violenza e morte da Mosca a Cuba e da Pechino a via Fani. Ieri è tornata, seminascosta tra altri mille tatuaggi ma in realtà ben visibile sul petto di Ivan, il cosidetto ultranazionalista, allo stadio di Genova. E anche lì ha lasciato il segno.
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Hitler, il miglior amico del cane
Un tassista viene massacrato per avere investito un cocker. Non un mastino, un dobermann, un rotweiler. Un cocker. Questi, che gli hanno spappolato la milza a calci ripetutamente precisi, avevano un cocker, il cane dallo sguardo più umano che esista. E lo so che con questo mio giudizio non farò giustizia a molti, ma ecco che la mia insofferenza per gli animalisti oggi sale, sale, sale… Sarà perchè mi ricordo in questi casi che Hitler è stato il primo animalista (e antivivisezionista).
Padre
Da giovane si era tagliato i capelli a zero, per poi non farseli ricrescere più. Quanto tempo era passato. Oggi, nell’officina, prendeva la cintura nera dai grossi buchi doppi e bordati di metallo e se la sfilava, né troppo lentamente, né davvero veloce. Guardava fuori le mille immagini che passavano per la strada di campagna e intanto tastava il cuoio della cinghia, morbida pelle nera, e se la poneva da dietro le spalle intorno al collo; il gancio sarebbe giusto passato sotto la cintura tra la sua pelle e il cuoio. Prese poi la pesante catena che dal soffitto reggeva il gancio, la tirò a sé e la fece passare a fatica tra il cuoio e il collo sentendo che il cuoio teneva: il grande gancio teneva ora la cinghia dall’alto e vi era bloccato al bordo inferiore e uscendone rivolto all’esterno sporgeva all’altezza del coppino. Fece come per slacciare la cinghia, d’istinto, poi si fermò. Il gancio teneva. Era in piedi sotto il carro ponte, la catena era lunga e gli permetteva di realizzare l’opera sua: si spostò di un passo e mezzo. Lo spostamento lo fece sentire in possesso delle sue facoltà, libero d’agire, libero di scegliere. Schiacciò il bottone rosso dalla tastiera che comandava la catena e il suo corpo fu portato, come in un guizzo, in alto: appeso per il collo, le gambe a penzoloni, mentre lui involontariamente scalciava nel rantolo incontrollabile dell’agonia che precede la morte. I pensieri passavano, i secondi passavano, la vita passava. E perse conoscenza in un inizio di preghiera che sperò invano di poter terminare.
La faccia era sporca e piena di fuliggine metallica, le grosse mani stringevano la tastiera della carrucola che aveva poco prima sollevato quel corpo, gli occhi erano sbarrati e fissi, ma finalmente poterono scorgere un fremito nel volto. Le ciglia sbatterono umide nel vederlo. Il grande uomo di cento chili e oltre si ergeva ora come una statua, simile a una fusione bronzea nel centro dell’officina meccanica: teneva in braccio un corpo che grazie al Dio nel quale non aveva mai creduto respirava ancora. Lo tenne così, tra le braccia, forse troppo a lungo mentre il suo stesso corpo pronunciava un grazie, esprimeva la sua granitica speranza. Si mosse poi piano e traballante con la trascurabile incertezza di chi sa sempre cosa fare e rianimò quel giovane uomo che per lui era ancora un ragazzo. Il respiro riprendeva e gli occhi incontrarono così i suoi occhi, mentre nasceva il padre che prima non c’era stato.
