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Inizio con cena nei pressi di Fidenza


Sul blog di Cloro (vedi link all’elenco dei link, giù a fianco) è nata una “bella” discussione, anche se un po’ incazzosa. Ecco qui un ulteriore commento, per non appesantire troppo di mio quel blog. Perchè credere, perché credere oggi? Perchè siamo qui dove siamo? Per un inizio. Perché valeva la pena cominciare. Sono andato una volta a cena, nei pressi di Fidenza, accettando un’invito. Prima di arrivare sapevo forse cosa avrei e se avrei mangiato? Chi può dirsi ragionevolmente certo di un evento simile? Eppure sono andato a quella cena, così come ciascuno di noi fa quasi ogni giorno. Nello specifico non era forse, la prima, una cena: era forse una vacanza… . Ma poco cambia. Si torna dalla cena, si torna dalla montagna: si continua. Ogni giorno una verifica. Si verifica quella che a me piace chiamare la “tenuta”. Oggi io son qui per questa tenuta e perché mi si è reso evidente che valeva la pena cominciare. L’ipotesi, o meglio la promessa, non è venuta meno. Grazie dunque, e non solo grazie, a chi rendendosene tramite ha permesso l’inizio: ad Antonio, a Marilena, a Michele, a Gabriele, a Stefano, all’altro Michele, a Marta, a Fabio, a Paolo… che purtroppo, come mi han detto, non c’è più. E grazie a chi c’è ogni giorno. Questa potrebbe essere, forse e in sintesi, la descrizione dell’inizio del percorso razionale del credere.
A questo aggiungo il contributo del mio amico Lele: c’è stata una “verifica sperimentale” che dopo l’inizio mi ha fatto proseguire. E la verifica sperimentale fa parte del metodo scientifico. Detta in parole poverissime significa, e ridice, che giorno per giorno l’ipotesi di partenza viene verificata per vedere se “tiene” nel tempo. Qual era l’ipotesi? Che ne valesse la pena. Intanto eccomi qui, oggi, in Brianza.
Sulla ragionevolezza del credere vale insomma per me, e molto, l’esempio dell’invito a cena.

Buoni come Hitler


E’ questa la notizia data da tutti i principali quotidiani di oggi: Adolf Hitler e i sette nani. Cioè: Hitler amava i setti nani del film Biancaneve (proprio quello della Disney) e per passatempo gli piaceva anche disegnare i nanetti. E’ davvero una notizia questa? Non lo so, in realtà: forse la è, forse no. Certo è per me la conferma di una vecchia idea: tutti pensiamo di essere buoni. Ci sentiamo tutti buoni, in fondo. Anche uno come Hitler infatti si sentiva buono e lo esprimeva con dolci disegni di Biancaneve e di altre fiabe dedicandoli alla sua compagna. Tutti ci sentiamo buoni, dunque. Inoltre, ciò che il sentirsi buoni implica è che spesso riteniamo perciò (per questo ritenere d’esser buoni) di aver ragione. La nostra bontà la sentiamo come se fosse assoluta. E fondandoci su ciò, riteniamo che anche il nostro personale punto di vista valga in quanto nostro e che per il fatto di appartenerci sia anch’esso buono. Poi, riteniamo di conseguenza che esista un diritto di dire e far valere ciò che ci appartiene (il “diritto di dire la nostra”) fondato su un’oggettività sua propria che deriva anch’essa da quella “bontà”. Quindi, il “mio” essere buono è anche il migliore, è in qualche modo oggettivo. Chiamiamola oggettività del soggettivo, allora. Diciamo anche che è una bella pretesa. O no? Eppure esprime una realtà: ognuno di noi sa di valere e afferma questo suo valere con l’opinione espressa come un assoluto. Perciò ricorre ormai sempre più sovente sulla bocca di tutti la frase “io la penso così, tu hai le tue idee, io le mie” a chiusa di ogni discussione; perciò è sdegnosamente pronunciata nel contesto di una smorfia indispettita o immusonita delle e degli adolescenti (ma sempre più anche degli adulti, presso i quali si trasforma solitamente in: “va bene, questo è il tuo punto di vista”). Siamo tutti “buoni” e perciò si dialoga così. Sempre negando un’oggettività che non sia, appunto, soggettiva. Nei casi migliori si tenta di argomentare con un certo rigore (e questo sarebbe per lo più positivo) che però tende a introdurre la “logica” come puro criterio di analisi del reale. Anche perché è l’argomentare stesso che è fatto così. Perellman, nel suo “Trattato dell’argomentazione”, spiegava come sia fuorviante utilizzare le categorie della logica applicandole alla realtà quotidiana: si ha l’impressione di poter dimostrare e invece non si dimostra nulla. Ma così ognuno rimane nel suo. Convinto di essere nel giusto, o nel buono. Per uscire da questa gabbia della logica, una logica che ognuno può replicare nel proprio pensiero, introducendo nuovi e propri criteri, ci vuole condivisione, amicizia, compagnia. Qualcosa che appunto ti strappi via proprio dal pensiero, dal solo pensiero. O il rischio della solitudine può essere immenso, uscire da noi e sovrastare la realtà. Come Hitler con i suoi dolci disegni in un certo senso dimostra.

Non è un paese per "piccoli"


“Non è un paese per vecchi” è il titolo del film dei fratelli Coen che si è preso le quattro statuette dell’annuale e famosa “notte degli Oscar”. Il fatto che il libro del grandioso McCarthy, il quale è stato premiato col Pullitzer nel 2007 per l’altra sua imponente opera “The Road”, sia in qualche modo e pur indirettamente premiato nel contesto della più grande, e al tempo stesso malinconica e triste, kermesse americana dice di tutto il conflitto di cui quella civilta è portatrice.

L’opera di Mc Carthy tratteggia infatti i contorni di un male incompreso, che quasi sembra volersi impadronire del mondo, e dell’incapacità di osteggiarlo. Il cinema, e Hollywood in particolare, è una delle forme più adatte a neutralizzarne il messaggio.

Intanto, si recita sul set del nostro paese un altro film ben più drammatico i cui protagonisti sono presi dalla strada, dalla vita quotidiana, come nella riedizione di un’opera del neorealismo.
Ma il set è questa volta reale: quello delle case in cui si decide in solitudine e poi degli ospedali dove in altrettanta solitudine i bambini vengono abortiti: perchè sono piccoli. Vengono eliminati perché scomodi e “invisibili”, “indistinguibili” allo sguardo di una donna che poi però sempre porterà con sé il dolore e il rimorso di quel gesto.
Per proteggere, dimenticandolo, quel dolore vien detto che non sono bambini, non sono individui, non sono essere, non sono persona, non soggetti. Quando inizia allora questa persona, individuo, essere…?
Cos’è quel coso che si ciuccia il dito e si dondola nella pancia della donna, cos’è se non è un bambino?
E perchè se non è un bambino tanto dolore, perché questa necessità di analisi, di doloroso e lento recupero di una normale vita quotidiana in chi l’ha soppresso?

Questa è la domanda vera.

Nell’ultimo libro di McCarthy il protagonista negativo uccide freddamente con una sorta di pistola alimentata da un tubo ad aria compressa. Nel nostro Paese i piccoli feti di poche settimane vengono aspirati e fatti a pezzi dal tubo del metodo Karman, il più diffuso.

I già nati se portatori di handicap sospirano per lo scampato pericolo e ringraziano la mamma di averli tenuti e di continuare a tenerli con amore. Chi si affaccerebbe alla vita è per lo più ricacciato indietro o asportato dal vacuo di un tubo se la sua deformità o abnormità infastidisce lo standard prefissato o lo svolgersi di un’altra qualità della vita.

Ecco, il nostro di adesso “non è un paese per piccoli”.