Buoni come Hitler


E’ questa la notizia data da tutti i principali quotidiani di oggi: Adolf Hitler e i sette nani. Cioè: Hitler amava i setti nani del film Biancaneve (proprio quello della Disney) e per passatempo gli piaceva anche disegnare i nanetti. E’ davvero una notizia questa? Non lo so, in realtà: forse la è, forse no. Certo è per me la conferma di una vecchia idea: tutti pensiamo di essere buoni. Ci sentiamo tutti buoni, in fondo. Anche uno come Hitler infatti si sentiva buono e lo esprimeva con dolci disegni di Biancaneve e di altre fiabe dedicandoli alla sua compagna. Tutti ci sentiamo buoni, dunque. Inoltre, ciò che il sentirsi buoni implica è che spesso riteniamo perciò (per questo ritenere d’esser buoni) di aver ragione. La nostra bontà la sentiamo come se fosse assoluta. E fondandoci su ciò, riteniamo che anche il nostro personale punto di vista valga in quanto nostro e che per il fatto di appartenerci sia anch’esso buono. Poi, riteniamo di conseguenza che esista un diritto di dire e far valere ciò che ci appartiene (il “diritto di dire la nostra”) fondato su un’oggettività sua propria che deriva anch’essa da quella “bontà”. Quindi, il “mio” essere buono è anche il migliore, è in qualche modo oggettivo. Chiamiamola oggettività del soggettivo, allora. Diciamo anche che è una bella pretesa. O no? Eppure esprime una realtà: ognuno di noi sa di valere e afferma questo suo valere con l’opinione espressa come un assoluto. Perciò ricorre ormai sempre più sovente sulla bocca di tutti la frase “io la penso così, tu hai le tue idee, io le mie” a chiusa di ogni discussione; perciò è sdegnosamente pronunciata nel contesto di una smorfia indispettita o immusonita delle e degli adolescenti (ma sempre più anche degli adulti, presso i quali si trasforma solitamente in: “va bene, questo è il tuo punto di vista”). Siamo tutti “buoni” e perciò si dialoga così. Sempre negando un’oggettività che non sia, appunto, soggettiva. Nei casi migliori si tenta di argomentare con un certo rigore (e questo sarebbe per lo più positivo) che però tende a introdurre la “logica” come puro criterio di analisi del reale. Anche perché è l’argomentare stesso che è fatto così. Perellman, nel suo “Trattato dell’argomentazione”, spiegava come sia fuorviante utilizzare le categorie della logica applicandole alla realtà quotidiana: si ha l’impressione di poter dimostrare e invece non si dimostra nulla. Ma così ognuno rimane nel suo. Convinto di essere nel giusto, o nel buono. Per uscire da questa gabbia della logica, una logica che ognuno può replicare nel proprio pensiero, introducendo nuovi e propri criteri, ci vuole condivisione, amicizia, compagnia. Qualcosa che appunto ti strappi via proprio dal pensiero, dal solo pensiero. O il rischio della solitudine può essere immenso, uscire da noi e sovrastare la realtà. Come Hitler con i suoi dolci disegni in un certo senso dimostra.

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