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Sul filo del rasoio


Negli anni del nazismo non ci sono stati solo i campi di sterminio. Eutanasia infantile (aborto fino al sesto, settimo, ottavo, nono mese va da sé…) su bambini malformati e ritardati mentali veniva esercita fino ad almeno i primi quattro anni di vita. Idea del baffetto? No idea di un mesto signore la cui vita era stata intristita e afflitta dalla nascita di un figlio deforme. Risultato della sua lettera scritta al Fuhrer, in cui chiedeva se si potesse sopprimere il figlio, fu non solo l’assenso ma l’introduzione di questa bella pratica in appositi istituti e la nascita di un comitato che aveva lo scopo di valutare se per i soggetti che lì venivano sottoposti “valesse o no la pena di vivere”. I cervelli dei soppressi (circa 60.000) sono stati conservati e utilizzati fino a pochi anni fa a scopo di ricerca. Roba passata? Peter Singer, filosofo e docente di Princeton oggi afferma queste cosette: “Se non c’è coscienza, autonomia e comprensione del futuro non c’è persona. I feti, i neonati e i menomati cerebrali non hanno diritto alla vita” e anche “Il neonato disabile deve essere ucciso prima possibile, perchè poi sviluppa un legame troppo forte fra la madre e il figlio”. Teh, va! Questa cosa mi fa dire che chi afferma oggi che l’eutanasia è a salvaguardia della persona ed è generata da un vero rispetto si muove proprio sul filo di un affilatissimo rasoio. Occhio al pelo…

Inizio con cena nei pressi di Fidenza


Sul blog di Cloro (vedi link all’elenco dei link, giù a fianco) è nata una “bella” discussione, anche se un po’ incazzosa. Ecco qui un ulteriore commento, per non appesantire troppo di mio quel blog. Perchè credere, perché credere oggi? Perchè siamo qui dove siamo? Per un inizio. Perché valeva la pena cominciare. Sono andato una volta a cena, nei pressi di Fidenza, accettando un’invito. Prima di arrivare sapevo forse cosa avrei e se avrei mangiato? Chi può dirsi ragionevolmente certo di un evento simile? Eppure sono andato a quella cena, così come ciascuno di noi fa quasi ogni giorno. Nello specifico non era forse, la prima, una cena: era forse una vacanza… . Ma poco cambia. Si torna dalla cena, si torna dalla montagna: si continua. Ogni giorno una verifica. Si verifica quella che a me piace chiamare la “tenuta”. Oggi io son qui per questa tenuta e perché mi si è reso evidente che valeva la pena cominciare. L’ipotesi, o meglio la promessa, non è venuta meno. Grazie dunque, e non solo grazie, a chi rendendosene tramite ha permesso l’inizio: ad Antonio, a Marilena, a Michele, a Gabriele, a Stefano, all’altro Michele, a Marta, a Fabio, a Paolo… che purtroppo, come mi han detto, non c’è più. E grazie a chi c’è ogni giorno. Questa potrebbe essere, forse e in sintesi, la descrizione dell’inizio del percorso razionale del credere.
A questo aggiungo il contributo del mio amico Lele: c’è stata una “verifica sperimentale” che dopo l’inizio mi ha fatto proseguire. E la verifica sperimentale fa parte del metodo scientifico. Detta in parole poverissime significa, e ridice, che giorno per giorno l’ipotesi di partenza viene verificata per vedere se “tiene” nel tempo. Qual era l’ipotesi? Che ne valesse la pena. Intanto eccomi qui, oggi, in Brianza.
Sulla ragionevolezza del credere vale insomma per me, e molto, l’esempio dell’invito a cena.

Buoni come Hitler


E’ questa la notizia data da tutti i principali quotidiani di oggi: Adolf Hitler e i sette nani. Cioè: Hitler amava i setti nani del film Biancaneve (proprio quello della Disney) e per passatempo gli piaceva anche disegnare i nanetti. E’ davvero una notizia questa? Non lo so, in realtà: forse la è, forse no. Certo è per me la conferma di una vecchia idea: tutti pensiamo di essere buoni. Ci sentiamo tutti buoni, in fondo. Anche uno come Hitler infatti si sentiva buono e lo esprimeva con dolci disegni di Biancaneve e di altre fiabe dedicandoli alla sua compagna. Tutti ci sentiamo buoni, dunque. Inoltre, ciò che il sentirsi buoni implica è che spesso riteniamo perciò (per questo ritenere d’esser buoni) di aver ragione. La nostra bontà la sentiamo come se fosse assoluta. E fondandoci su ciò, riteniamo che anche il nostro personale punto di vista valga in quanto nostro e che per il fatto di appartenerci sia anch’esso buono. Poi, riteniamo di conseguenza che esista un diritto di dire e far valere ciò che ci appartiene (il “diritto di dire la nostra”) fondato su un’oggettività sua propria che deriva anch’essa da quella “bontà”. Quindi, il “mio” essere buono è anche il migliore, è in qualche modo oggettivo. Chiamiamola oggettività del soggettivo, allora. Diciamo anche che è una bella pretesa. O no? Eppure esprime una realtà: ognuno di noi sa di valere e afferma questo suo valere con l’opinione espressa come un assoluto. Perciò ricorre ormai sempre più sovente sulla bocca di tutti la frase “io la penso così, tu hai le tue idee, io le mie” a chiusa di ogni discussione; perciò è sdegnosamente pronunciata nel contesto di una smorfia indispettita o immusonita delle e degli adolescenti (ma sempre più anche degli adulti, presso i quali si trasforma solitamente in: “va bene, questo è il tuo punto di vista”). Siamo tutti “buoni” e perciò si dialoga così. Sempre negando un’oggettività che non sia, appunto, soggettiva. Nei casi migliori si tenta di argomentare con un certo rigore (e questo sarebbe per lo più positivo) che però tende a introdurre la “logica” come puro criterio di analisi del reale. Anche perché è l’argomentare stesso che è fatto così. Perellman, nel suo “Trattato dell’argomentazione”, spiegava come sia fuorviante utilizzare le categorie della logica applicandole alla realtà quotidiana: si ha l’impressione di poter dimostrare e invece non si dimostra nulla. Ma così ognuno rimane nel suo. Convinto di essere nel giusto, o nel buono. Per uscire da questa gabbia della logica, una logica che ognuno può replicare nel proprio pensiero, introducendo nuovi e propri criteri, ci vuole condivisione, amicizia, compagnia. Qualcosa che appunto ti strappi via proprio dal pensiero, dal solo pensiero. O il rischio della solitudine può essere immenso, uscire da noi e sovrastare la realtà. Come Hitler con i suoi dolci disegni in un certo senso dimostra.