Archivio mensile:febbraio 2008

Buoni come Hitler


E’ questa la notizia data da tutti i principali quotidiani di oggi: Adolf Hitler e i sette nani. Cioè: Hitler amava i setti nani del film Biancaneve (proprio quello della Disney) e per passatempo gli piaceva anche disegnare i nanetti. E’ davvero una notizia questa? Non lo so, in realtà: forse la è, forse no. Certo è per me la conferma di una vecchia idea: tutti pensiamo di essere buoni. Ci sentiamo tutti buoni, in fondo. Anche uno come Hitler infatti si sentiva buono e lo esprimeva con dolci disegni di Biancaneve e di altre fiabe dedicandoli alla sua compagna. Tutti ci sentiamo buoni, dunque. Inoltre, ciò che il sentirsi buoni implica è che spesso riteniamo perciò (per questo ritenere d’esser buoni) di aver ragione. La nostra bontà la sentiamo come se fosse assoluta. E fondandoci su ciò, riteniamo che anche il nostro personale punto di vista valga in quanto nostro e che per il fatto di appartenerci sia anch’esso buono. Poi, riteniamo di conseguenza che esista un diritto di dire e far valere ciò che ci appartiene (il “diritto di dire la nostra”) fondato su un’oggettività sua propria che deriva anch’essa da quella “bontà”. Quindi, il “mio” essere buono è anche il migliore, è in qualche modo oggettivo. Chiamiamola oggettività del soggettivo, allora. Diciamo anche che è una bella pretesa. O no? Eppure esprime una realtà: ognuno di noi sa di valere e afferma questo suo valere con l’opinione espressa come un assoluto. Perciò ricorre ormai sempre più sovente sulla bocca di tutti la frase “io la penso così, tu hai le tue idee, io le mie” a chiusa di ogni discussione; perciò è sdegnosamente pronunciata nel contesto di una smorfia indispettita o immusonita delle e degli adolescenti (ma sempre più anche degli adulti, presso i quali si trasforma solitamente in: “va bene, questo è il tuo punto di vista”). Siamo tutti “buoni” e perciò si dialoga così. Sempre negando un’oggettività che non sia, appunto, soggettiva. Nei casi migliori si tenta di argomentare con un certo rigore (e questo sarebbe per lo più positivo) che però tende a introdurre la “logica” come puro criterio di analisi del reale. Anche perché è l’argomentare stesso che è fatto così. Perellman, nel suo “Trattato dell’argomentazione”, spiegava come sia fuorviante utilizzare le categorie della logica applicandole alla realtà quotidiana: si ha l’impressione di poter dimostrare e invece non si dimostra nulla. Ma così ognuno rimane nel suo. Convinto di essere nel giusto, o nel buono. Per uscire da questa gabbia della logica, una logica che ognuno può replicare nel proprio pensiero, introducendo nuovi e propri criteri, ci vuole condivisione, amicizia, compagnia. Qualcosa che appunto ti strappi via proprio dal pensiero, dal solo pensiero. O il rischio della solitudine può essere immenso, uscire da noi e sovrastare la realtà. Come Hitler con i suoi dolci disegni in un certo senso dimostra.

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Contro Ippocrate


“Un peccato di ingenuità” così ha detto il presidente dell’Ordine nazionale dei medici, Amedeo Bianco, riferendosi al comunicato stampa inviato ai media in cui l’Ordine prende una netta posizione a favore dell’aborto e, nello specifico, della RU486. Dimenticando forse che un comunicato stampa tutto può essere meno che un atto ingenuo, esito invece di una strategia e di un lavoro che ben difficilmente s’improvvisano.

La “pilloletta” dovrebbe comunque essere osteggiata dalle femministe nostrane come accade negli Usa e in Francia, dove le amazzoni della lotta femminista hanno ormai ben compreso che, ben lungi da essere un ausilio per il modno femminile, la RU486 è in realtà l’ultima frontiera medica dell’ipocrisia maschile poiché con questa si permette alle donne di tornare ad abortire, in privato, nel silenzio del tinello o della camera da letto o del cesso (ma non subito ovviamente: prima ci faranno passare sotto il naso un paio d’anni in cui sarà consentito solo l’uso “ospedaliero”).

Ma da noi, in Italia, non e così. Ecco dunque infranto il giuramento d’Ippocrate, che vieta la somministrazione di farmaci abortivi ed ecco vaffanculata anche la 194 che tutti dicono divoler difendere e che garantisce, aanche se solo a parole, la tutela dell vita umana “fin dal suo inizio”.

Eppure, una pur vaga percezione dello stato di nonsense sempre più profondo in cui ci troviamo ad affondare c’è anche a sinistra, se è vero come è vero che anche lì si moltiplicano i “dove andremo a finire…”, e se ciò accade tralasciando anche il minimo senso della decenza nel riutilizzare questo”mood” espressivo che tanto bene incarna il mondo benpensante che la contestazione sessantottina un tempo furiosamente avversava. Ma s’invecchia tutti…

Dove andremo a finire, dunque?

Semplice: esattamente dove questa mentalità ci porta. Dove ci ha già portati e dove siamo, in realtà, già tristemente finiti: in fondo a un pozzo, a Gravina.

Non è un paese per "piccoli"


“Non è un paese per vecchi” è il titolo del film dei fratelli Coen che si è preso le quattro statuette dell’annuale e famosa “notte degli Oscar”. Il fatto che il libro del grandioso McCarthy, il quale è stato premiato col Pullitzer nel 2007 per l’altra sua imponente opera “The Road”, sia in qualche modo e pur indirettamente premiato nel contesto della più grande, e al tempo stesso malinconica e triste, kermesse americana dice di tutto il conflitto di cui quella civilta è portatrice.

L’opera di Mc Carthy tratteggia infatti i contorni di un male incompreso, che quasi sembra volersi impadronire del mondo, e dell’incapacità di osteggiarlo. Il cinema, e Hollywood in particolare, è una delle forme più adatte a neutralizzarne il messaggio.

Intanto, si recita sul set del nostro paese un altro film ben più drammatico i cui protagonisti sono presi dalla strada, dalla vita quotidiana, come nella riedizione di un’opera del neorealismo.
Ma il set è questa volta reale: quello delle case in cui si decide in solitudine e poi degli ospedali dove in altrettanta solitudine i bambini vengono abortiti: perchè sono piccoli. Vengono eliminati perché scomodi e “invisibili”, “indistinguibili” allo sguardo di una donna che poi però sempre porterà con sé il dolore e il rimorso di quel gesto.
Per proteggere, dimenticandolo, quel dolore vien detto che non sono bambini, non sono individui, non sono essere, non sono persona, non soggetti. Quando inizia allora questa persona, individuo, essere…?
Cos’è quel coso che si ciuccia il dito e si dondola nella pancia della donna, cos’è se non è un bambino?
E perchè se non è un bambino tanto dolore, perché questa necessità di analisi, di doloroso e lento recupero di una normale vita quotidiana in chi l’ha soppresso?

Questa è la domanda vera.

Nell’ultimo libro di McCarthy il protagonista negativo uccide freddamente con una sorta di pistola alimentata da un tubo ad aria compressa. Nel nostro Paese i piccoli feti di poche settimane vengono aspirati e fatti a pezzi dal tubo del metodo Karman, il più diffuso.

I già nati se portatori di handicap sospirano per lo scampato pericolo e ringraziano la mamma di averli tenuti e di continuare a tenerli con amore. Chi si affaccerebbe alla vita è per lo più ricacciato indietro o asportato dal vacuo di un tubo se la sua deformità o abnormità infastidisce lo standard prefissato o lo svolgersi di un’altra qualità della vita.

Ecco, il nostro di adesso “non è un paese per piccoli”.