Archivio mensile:marzo 2008

Lameduck, la Pasqua e il treno per Yuma



Alle tre di venerdì abbiamo detto: è morto. Poi la Pasqua. Passata la Pasqua e anche la pasquetta, si torna al lavoro e dopo pranzi più o meno luculliani, agnelli e capretti con appelli salvavita, lasagne e uova con sorpresa suon di euri, ricominciano le rotture di uova. Senza neanche la sorpresa. Però novità in questi giorni ce ne sono state: una delle più belle per me è stato il vedere le tracce del positivo dell’esperienza cristiana emergere anche per chi non crede. La Pasqua porta alla luce, riconduce alla ribalta e rimette a tema il positivo, la speranza sulla vita che è in realtà quotidiana e che è difficile annientare. Per esempio: stasera ho detto al musulmano che mi vendeva il kebab “Buona Pasqua” e lui mi ha risposto “Buona Pasqua” e non mi ha affettato con l’arnese che sempre usa per affettare il kebab (probabilmente lo farà domani…). Ieri Lameduck, una cara mangiapreti e amante del cinema, ha illustrato (anche usando eloquenti immagini cinematografiche) cos’è per lei il Cristianesimo; ha spiegato poi anche che Cristo non devi ragionarlo: devi seguirlo. A un’altra “amica online” hanno sbattuto giù il blog: risorgerà anche lui spero e anche lei non dispera, anzi. La faccio facile? Non so, forse. Vogliamo a volte non crederci, a volte non vogliamo arrenderci a riconoscerlo, ma il positivo c’è e ci chiama: proprio attraverso le piccole cose, magari anche “di pessimo gusto” che spesso però si tramutano poi anche in cose grandiose. Perché l’ipotesi positiva c’è su tutto e basta riconoscerla. Così ha detto in certo qual modo anche Lameduck se non tradisco, ma non credo, il senso delle sue parole. Così ha affermato con sorta di ingenua potenza Magdi Allam facendosi battezzare (e ora…). Così ha affermato mia figlia di cinque anni quando la notte di Pasqua guardandomi ha detto: lo sai, è risorto Gesù. Ma il positivo l’abbiamo visto e che la vita può cambiare pure, inutile negarlo. E che c’è un io altrettanto nuovo e pronto ad affrontarla, anche. Proprio come in “Quel treno per per Yuma” che è un film (che non si può a mio parere far a meno di vedere) che parla di un viaggio e dei compagni di viaggio che si possono incontrare, guardare e riconoscere. Occorre allora cercare, adocchiare i compagni di viaggio.

Siamo prossimi


Siamo prossimi alla Pasqua. E siamo, perciò, badate bene prossimi all’umanità: ne possiamo condividere i sentimenti e il patire senza esser perciò disperati. Se c’è spesso, o talvolta, una mano a noi prossima, pronta a prenderci e tirarci su e poi tenerci saldi almeno per un po’, dobbiamo o almeno possiamo riconoscere che questa mano è mano che non scompare, che non si ritrae neppure per timore, che non si volatilizza come spesso temiamo. E’ così grazie alla scritta della foto. E’ perciò che è potuta essere una mano di cui serbiamo ricordi anche umani, mano di uomini e donne, genitori e amici: che c’è stata ed è poi tornata, non solo alla memoria ma anche al nostro fianco. Chiusa a coppa, per abbeverarci a un’acqua cui non saremmo stati capaci d’arrivare a bere; che si porgeva, pelle ancora fresca ma già un po’ ruvida per l’età, alla nostra piccola mano e ci portava a guardare più in alto. Che ci stringeva e ci stringe. Mano capace di abbattersi, anche, per farci riavere… . Di tutto questo c’é di che esser grati. Ma c’è purtroppo un timore che ci ammazza, che ci schianta le gambe anzichè farci correre con le “molle d’acciaio”; si tratta insomma di quella nostra umana quasi condanna che ci par di percepire: quasi condannati a non credere per non voler vedere, sembriamo non osare sperare, sembriamo incapaci di alzare la testa, dalla terra, dal tornio o dal foglio di carta, patinata o elettronica o uso mano. Ecco perché propongo, con questa foto, solo poche parole: ricordo dall’Università Cattolica 1983, esperienza presente, augurio per ciascuno.

Cosa succede? Sembra qualcosa…


Cosa succede… non succede una beata fava. Succede che il lavoro va avanti ma sei tu che non ti muovi, succede che c’è chi ha bisogno e non riesci a dargli non dico una mezza mano ma neanche un dito, succede che vai a letto alle cinque e ti alzi alle sette, succede che t’incazzi male, succede insomma un gran casino quotidiano ma sembra che succeda tutto senza che nulla cambi e, a volte, senza di te. Volevamo una vita spericolata, che non è mai tardi, che non dormi mai? Telaqui.
Ma “l’ipotesi positiva su tutto ciò che vive” torna a stagliarsi seppur confusamente e a farsi scorgere nitida nella nebbiosa giornata, seppur dura da scorgere tra la carta e penna digitale che affatica gli occhi e la zucca. Perciò, il mio sentimento di vera gratitutidine va a chi in questo periodo dei miei quarant’anni inoltrati, che sono forse anzi certo la seconda metà già cominciata della vita, questa ipotesi positiva me la ricorda grazie al cielo ancora.